A metà degli anni novanta mi avvicinavo per la prima volta agli studi di economia politica. L’idea imperante di allora era quella che una nazione moderna e sviluppata dovesse concentrarsi soprattutto nello sviluppo del cosiddetto terziario avanzato. Anche se questo avesse comportato una riduzione significativa di investimenti nei settori della manifattura e dell’agricoltura, il futuro dell’occidente era concepibile solo se avesse conservato il suo primato nella ricerca, nello sviluppo, nell’innovazione tecnologica. A distanza di vent’anni e avendo vissuto in prima persona le conseguenze di questo approccio economico, posso affermare che tali convinzioni erano sbagliate. Anzi, direi fatalmente errate.
Il mondo dell’informatica ha beneficiato in larga parte di investimenti spropositato infatti negli ultimi 20 anni proprio per la convinzione che solo grazie ad essa il primato economico e commerciale del Primo Mondo potesse essere conservato senza doversi occupare più di produrre alcunché di concreto e tangibile. In altre parole, le grandi multinazionali europee e americane hanno cominciato a dismettere i loro stabilimenti produttivi in madrepatria, delegando completamente prima al Giappone, poi alla Cina e alla Corea del Sud il compito di mantenere tutti gli impianti di produzione dell’hitech. In casa si è deciso di mantenere solo i reparti finanziari, di ricerca e sviluppo dei propri prodotti, nella convinzione che valesse la pena solo focalizzarsi sui compiti economici meglio remunerati. IBM dismette la sua produzione di PC, la Nokia,  la Siemens e la Ericsson smettono di produrre cellulari, non rimane più un solo grande produttore in Occidente di schermi LCD, memorie, chip ad alta tecnologia.
Se guardiamo alla situazione economica della maggior parte dei paesi europei e degli stessi Stati Uniti, ci si accorge che questa strategia non solo ha indebolito tutti, ma ha contribuito ad accelerare il declino economico e strutturale di tutto il sistema economico.
L’unico paese che ha resistito a questa crisi, non a caso, è la Germania. È l’unica nazione europea che non ha accettato di subire un processo di deindustrializzazione. Anzi ha seguitato a produrre prodotti di ogni livello tecnologico. La manifattura e l’agricoltura tedesca, florida e non fiaccate dalla crisi, finanziano abbondantemente l’evoluzione dell’IT nazionale che beneficia di un contesto economico favorevole. Anche gli Stati Uniti stanno rivedendo le loro politiche economiche tornando ad essere un  grande paese manifatturiero, anche di prodotti hitech: non è un caso che Apple stia reinvestendo in patria per reinternalizzare la produzione di alcune sue linee di prodotto.
In definitiva, quindi, l’idea che la Cina e la Corea del Sud dovessero essere le fabbriche del mondo non ha fatto altro che sottrarre progressivamente tutto l’indotto legato alla produzione manifatturiera, compreso naturalmente tutto il mercato dei servizi informatici.
Menenio Agrippa, 2500 anni fa, saggiamente suggerì che il corpo umano è costituito da organi interdipendenti fra di loro. Se uno di essi funziona male, tutto il corpo ne risente. L’economia italiana è quindi un corpo malato: se non tornerà a produrre qualcosa, con essa morirà anche l’Informatica nazionale.

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Esperto di sistemi operativi e soluzioni Microsoft per le aziende, ma anche appassionato di viaggi, automobili e di politica internazionale. Mi occupo di Information Technology da oltre 20 anni.