Fra il 2005 e il 2014, Intel ha definitivamente perso la sua posizione di industria dominante nel campo delle CPU perdendo sostanzialmente la competizione nella produzione di chip destinati al mondo del mobile. Chi ne ha beneficiato maggiormente di questa scarsa competitività è stata senza dubbio Apple, che ha progressivamente sviluppato sempre più le sue soluzioni dedicate a smartphone e tablet, orientandosi sulla piattaforma concorrente di Intel, la ARM: sin dalla presentazione della sua prima edizione di iPhone intorno al 2007, Apple ha creduto nell’importanza strategica di questo settore investendo in prima persona nello sviluppo di nuove soluziooni. Il volume di produzione oggi delle CPU per il mondo mobile vede un netto predominio di CPU basate su questa architettura, che, come noto, rappresenta un’alternativa al mondo delle CPU x86 (quelle che equipaggiano da anni i nostri PC), che non si è saputo evolvere altrettanto rapidamente. La strategia di Apple nel mondo mobile è stata esattamente opposta a quello del mondo dei PC tradizionali, dove sin dal 2005 ha deciso di semplificare la sua linea di prodotti hardware appoggiandosi invece ad una partnership di lunga durata con Intel che dura ancora oggi. Questo comportò l’abbandono della piattaforma PowerPC e l’adozione della linea Core di Intel, consentendo però ad Apple di dedicarsi con tutte le sue risorse allo sviluppo di soluzioni adatte al mondo mobile.

 

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Apple contribuì alla fondazione del consorzio ARM, ma poi (come Intel) ne uscì: ebbe però l’intuizione di comprendere le potenzialità di questa architettura nel 2005, grazie ad un suo successo: l’iPod

Intel, come noto, uscì alcuni anni prima dal progetto della piattaforma ARM, ritenendo utile strategicamente invece sviluppare una soluzione alternativa: portare la sua linea di prodotti x86 verso il basso, sviluppandone alcune soluzioni ottimizzate per il mercato mobile. Nascevano così le prime CPU Atom, che, come noto, trovarono un certo riscontro grazie alla fulminea affermazione dei primi netbook (equipaggiati con Windows). Apple, però, nel frattempo sviluppava sempre di più la sua gamma di prodotti sempre di più orientata al mondo mobile, investendo notevolmente sulla linea iPhone e lanciando la rivoluzionaria linea iPad: questi due prodotti erano caratterizzati dalla presenza di un chip della piattaforma ARM ottimizzato direttamente a Cuppertino. Ancora oggi i chip Cortex della linea A sono considerati un punto di riferimento come resa effettiva a livello di prestazioni, garantendo quell’invidiabile livello di efficenza in termini reali dei prodotti Apple ad ogni nuova generazione, nonostante (sulla carta) le performance teoriche di questi processori rimangano sempre inferiori alle rispettive controparti offerte dalla concorrenza.
L’affermazione di Android, basato su una riedizione in chiave mobile di Linux, pienamente compatibile sia con la piattaforma x86 di Intel, sia con la piattaforma ARM ha definitivamente sancito il successo di      quest’ultima architettura: infatti l’efficienza energetica dei processori basati su ARM era nettamente superiore, oltretutto spesso costando anche molto meno della rispettiva controparte Atom. Intel comprese subito, sin dal 2008, di essere indietro su questo settore, ammettendo che la linea di CPU Atom non era effettivamente stata pensata inizialmente per essere efficiente nel settore dei dispositivi ultra portatili, ma era pur sempre un subset ridotto di una linea di CPU pensate per essere adottate nel mondo dei PC Desktop e dei laptop.
Il successo di iPad e iPhone negli anni successivi escluse di fatto la possibilità che Apple potesse cambiare idea in merito alla possibile adozione di CPU x86 sui suoi futuri prodotti. Nella stessa direzione si orientò anche Samsung che, oltre ad essere fornitore diretto di chip basati su ARM per Apple, al tempo stesso puntava sulla stessa architettura ARM anche per le CPU Exynos destinate ai suoi prodotti di punta nel settore mobile (quando invece non ha adottato CPU della Qualcomm).
Intel ha provato a reggere il passo nello sviluppo delle CPU Atom, senza conseguire risultati degni di rilievo almeno fino alla fine dello scorso anno, quando con l’uscita delle CPU Cherry Trail, finalmente è tornata sul mercato con prodotti competitivi rispetto ai maggiori concorrenti. Gli anni persi, però, si fanno sentire: i maggiori concorrenti ancora oggi possono vantare spesso una maggiore efficienza energetica soprattutto quando si tratta di implementare chip integrati per la gestione delle reti LTE e delle reti wi-fi, oppure per proporre soluzioni grafiche innovative. Fatto sta che il grande chipmaker californiano sembra aver capito la lezione: non è possibile trascurare il settore del mobile, che è oggi trainante per qualsiasi produttore di hardware.

Come Apple entrò nel mercato dei chip mobili

Poiché Intel inizialmente non mostrò grande interesse nello sviluppare chip per l’iPhone, Apple si rivolse a Samsung, fornitore storico di componenti per i prodotti di Cuppertino, avendo già sviluppato e prodotto milioni di chip basati su ARM che già venivano impiegati sugli iPod. L’intuizione di Apple dell’importanza di questo settore risale quindi al 2005, anno in cui si cominciarono a prendere in esame altri dispositivi derivati da iPod, che aveva di fatto rilanciato le sorti finanziarie dell’azienda grazie ai ragguardevoli volumi di vendita. La piattaforma ARM si era rivelata flessibile e relativamente semplice da implementare su dispositivi così compatti. La prima edizione del processore A1 di Apple non fu particolarmente brillante, soprattutto perché Apple diede poco spazio a Samsung nella fase di sviluppo e al tempo stesso non aveva ancora l’esperienza necessaria per sviluppare in modo del tutto autonomo una sua soluzione. Il primo iPhone era di fatto equipaggiato con una CPU che rappresentava una piccola evoluzione di un’altra CPU che era anche impiegata su altri prodotti di successo (consolle Nintendo e cellulari Nokia oltre al già citato iPod). Era una scelta coraggiosa per la casa, giacché OSX dovette nascere come un progetto del tutto nuovo non essendo possibile effettuare un porting diretto del sistema operativo del Mac, che era invece basato sulla piattaforma x86. In particolare, si rivelò particolarmente dispendioso sviluppare le interfacce multi touch, che in larga parte contribuirono al grande successo iniziale di OSX. Quest’ultimo sistema operativo, derivato direttamente dal mondo Unix esattamente come era accaduto per il mondo Mac, si rivelò un progetto davvero impegnativo per Apple, tanto che il management di Apple manifestò in più di una occasione seri dubbi sulla realizzabilità del progetto. Le altre esperienze nel campo mobile basate su ARM erano all’epoca il Symbian, il Palm OS e Windows CE, tutti sistemi operativi che dopo anni di sviluppo, in ogni caso non presentavano quell’ambizioso set di funzionalità che i tecnici Apple pensavano per il futuro OSX. Solo Blackberry proponeva un sistema operativo efficente ed evoluto, ma troppo orientato in ogni caso al mondo business e quindi poco trasversale rispetto invece all’esplosivo mercato consumer.
La scelta di Apple fu chiara fin dall’inizio: per avere successo in quel settore, avrebbe dovuto mantenere un controllo completo sia sull’hardware che sul sul software, tanto da poter garantire un’evoluzione sufficientemente rapida della sua piattaforma software, sorretta però in maniera adeguata dall’innovazione nel frattempo intervenuta nelle componenti hardware. Il perfetto equilibrio fra le due esigenze porto presto il costruttore americano a conseguire risultati di efficienza e piacevolezza di utilizzo mai raggiunti dalla concorrenza, che fu di fatto sopraffatta dal successo dei prodotti Apple.

 

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A6X di Apple non è il processore più potente del mercato (sulla carta), ma di gran lunga nei benchmark finisce per prevalere rispetto a CPU nominalmente più potenti: è l’obbiettivo raggiunto da Apple grazie alla perfetta sinergia fra sviluppo software e hardware, che garantisce ai prodotti Apple quel vantaggio competitivo che li rende leader di mercato.

Nel giro di pochi anni, il mercato selezionò naturalmente le piattaforme destinate a resistere: OSX di Apple, Android di Google e, in misura minore, anche Windows Mobile con supporto ARM.
Ciò che accadde negli anni successivi, sino ad oggi è noto: i chip Apple oggi arrivati alla sesta edizione rappresentano una continua evoluzione di quell’idea iniziale e vincente di implementazione nel mondo mobile, che ha garantito alla casa una posizione di monopolio non solo rispetto ai concorrenti diretti, ma anche di ogni futuro ipotetico competitor, tra cui la stessa Intel con la sua riproposizione di chip ispirati all’architettura x86.
L’esperienza di Apple ha di fatto dimostrato al mondo dell’industria che solo un rapporto sinergico di sviluppo fra soluzioni hardware e software può davvero decretare il successo di una linea di prodotti: in questo il mondo Android, nonostante gli innegabili progressi si questo sistema operativo, ha ancora molto da imparare, soprattutto quando si parla di efficienza e ottimizzazione del sistema su ogni singolo prodotto.

 

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Esperto di sistemi operativi e soluzioni Microsoft per le aziende, ma anche appassionato di viaggi, automobili e di politica internazionale. Mi occupo di Information Technology da oltre 20 anni.