I dischi SSD possono sembrare tutti uguali, ma c’è davvero tanto da imparare su di essi. Prima di acquistarne uno, dovresti approfondire questi 20 termini comuni che definiscono le caratteristiche di un disco SSD.

Se stai per acquistare un disco SSD, che si tratti di un disco di boot o di un disco per archiviare i dati, sicuramente stai pensando a questo aggiornamento per velocizzare al massimo le operazioni disco del tuo computer e fare un salto di qualità rispetto ai vecchi hard disk tradizionali. Ho già descritto i vantaggi della tecnologia dei dischi SSD in un altro post, che ti consiglio di leggere se non hai le idee chiare.

dischi SSD
I dischi SSD sono scesi di prezzo e sono sempre più veloci: per aggiornare un PC o un Mac sono la migliore scelta possibile

Il mondo dei dischi SSD, tuttavia, è pieno di termini specifici che descrivono questa tecnologia, alcuni facili da capire, alcuni più oscuri e noti esclusivamente agli appassionati del mondo dei PC. Quando ci si avvicina ad una scheda tecnica di un disco SSD, non tutte le specifiche che un vendor cita sono necessariamente significative.

Anche se la quasi totalità dei dischi SSD oggi venduti in commercio sono in grado di accontentare qualsiasi acquirente, per effettuare un acquisto consapevole, soprattutto se è il primo disco SSD che ti accingi ad acquistare, è necessario un minimo di conoscenza di questa tecnologia anche per non spendere eccessivamente investendo in funzionalità di cui probabilmente non avrai bisogno.

Ecco il motivo di questa guida: si tratta di una guida per principianti che si accingono ad acquistare il loro primo disco SSD e che raccoglie per questo i 20 termini più significativi che descrivono questa tecnologia.

1) Il firmware

Il firmware si riferisce al software che è memorizzato in un disco SSD in una porzione non volatile di memoria e che sovrintende al funzionamento dell’unità stessa. In poche parole, governa le operazioni del driver.

Quando ci si riferisce al firmware di un disco SSD, lo si fa riferendosi ad un numero di versione, che può essere aggiornata effettuando un download di una nuova versione da Internet ed effettuando un aggiornamento della memoria Flash del disco SSD. Per effettuare queste operazioni, il produttore fornisce una gli utility particolare che consente di effettuare tutto questo facilmente e in modo trasparente.

Il firmware è tipicamente legato ad un specifico prodotto e modello di controllo, così gli aggiornamenti del firmware per uno specifico controller di disco SSD possono essere implementati fra più di un disco anche di produttori diversi, che rilasceranno più o meno velocemente i package di aggiornamento del firmware dei loro driver. Gli upgrade del firmware sono tipicamente distribuiti attraverso la sezione di supporto del produttore del disco SSD, oppure scaricati in automatico da una gli utility generalmente eseguibile su Windows e su un Mac.

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Samsung Magician è una soluzione software per gestire il firmware dei dischi SSD Samsung e per fare molto altro ancora.

Un aggiornamento firmware può risolvere problemi di performance con uno specifico driver. Occorre anche considerare che se un disco SSD è sul mercato da un po’ di tempo, potrebbe essere stato fornito con una versione ormai datata del firmware del controller. Quindi, appena acquistato, la prima operazione da effettuare è proprio quella di aggiornarne il firmware con quella più recente, sia per migliorare le performance, sia per migliorare la stabilità. In molti casi, oltre all’aggiornamento del firmware.

Occorre procedere anche ad un aggiornamento dei driver installati sul proprio sistema operativo. Infatti, alcune funzioni specifiche di che esce e di gestione di funzioni proprietarie del disco, possono essere attivate esclusivamente installando i driver giusti per il sistema operativo.

2) Smart Response Technology (SRT)

La tecnologia SRT è stata sviluppata da Intel e permette di installare un driver a Stato solido di bassa capacità come sistema di cache ad alta velocità per un hard disk tradizionale. Ha debuttato con il rilascio del chipset Intel Z68 ed è stata implementata su moltissime unità hard disk denominate ibride. Essa è utilizzabile su un PC basato su chipset Intel e fornito con un qualsiasi disco SSD o hard disk.

Con il termine SRT, quando si attiva, il sistema gradualmente “impara” quali file ed elementi di sistema vengono utilizzati maggiormente, che sciando questi nella porzione SSD dell’unità per un accesso più rapido. In questo modo, si può avere il vantaggio di avere a disposizione un’unità di alta capacità poco costosa con la stessa velocità di accesso di un disco SSD.

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La tecnologia Smart Response Technology è stata uno dei primi passi per integrare la moderna tecnologia allo stato solido con gli hard disk tradizionali. Oggi ha meno senso perché i dischi SSD costano meno, ma non è difficile imbattersi ancora in PC che la sfruttano.

L’implementazione della SRT ha senso se già si ha a disposizione un hard disk utilizzato come disco di boot e se non si vuole avere il problema di trasferire questa funzione ad un disco SSD. Detto ciò, la capacità di un disco SSD che supporti la tecnologia SRT oscilla fra i 128 GB e 256 GB, per poter supportare il traffico di un hard disk tradizionale.

Al giorno d’oggi però il senso della tecnologia SRT è venuto meno soprattutto per motivi di costo: queste capacità consentono infatti di poter ospitare tutto quello che serve per un disco di boot, e costano sostanzialmente una frazione di quello che appena alcuni anni fa costavano.

Ha quindi senso implementare la tecnologia SRT quando si può già acquistare un disco SSD come unità di boot? Probabilmente no, anche se ci sono talvolta delle ragioni per cui migrare un hard disk tradizionale può essere molto complesso. A seconda di come sia stato configurato il sistema, è probabilmente necessario reinstallare Windows sull’hard disk per poter configurare propriamente il protocollo SRT oppure per potersene semplicemente liberare. Ciò rende la clonazione del disco fornita spesso e volentieri direttamente con le nuove unità SSD vendute, un’operazione estremamente vantaggiosa.

In ogni caso, si tratta senza dubbio di una tecnologia che bisogna conoscere quando si valutano le caratteristiche di un computer.

3) Un disco SSD come cache

Un disco SSD può essere installato come disco di boot, con l’opportunità di installare programmi e dati su di esso (a seconda della capacità del disco SSD e di quanto il sistema può flessibilmente gestire un disco secondario per i dati). Ci si accorgerà immediatamente del beneficio ottenibile grazie alla massima velocità raggiungibile da un disco SSD, spesso ulteriormente migliorabile grazie a protocolli proprietari che ne aumentano sensibilmente questo valore.

Ci sono però dei casi in cui il boot del disco viene gestito in ogni caso da un hard disk tradizionale, che usa invece il disco SSD come unità temporanea per memorizzare file frequentemente acceduti dal sistema (file di programma, grandi file di dati, parti del sistema operativo) per garantire un accesso più veloce grazie alla maggiore rapidità della memoria SSD rispetto a quella dell’hard disk tradizionale. Questo gestito in modo automatico dal sistema, spesso con una tecnologia molto simile a quanto sopra descritto per Intel SRT.

Il disco SSD usato come cache è certe volte implementato negli ultrabook Windows (nel quale un disco SSD di boot e una cache SSD secondaria è un prerequisito). Una cache SSD può essere implementata usando un disco di bassa capacità, un convenzionale hard disk SSD da 2,5 pollici, molto spesso sui laptop, oppure attraverso un modulo SSD mSATA. Alcune motherboard di ultima generazione incorporano un connettore mSATA o uno slot più moderno M.2 per garantire la stessa funzionalità anche sul desktop.

4) Serial ATA

Serial ATA, spesso abbreviato in SATA, è l’interfaccia standard per i dischi dentro i PC consumer e da ufficio. È impiegata da hard disk tradizionali, dischi SSD e dischi ottici. I driver con l’interfaccia usata avranno sia un connettore dati stata (che connette su di un desktop ad una delle porte stata presenti sulla motherboard) e un connettore più ampio, a forma di lama, denominato (SATA-style) che connette il driver ad una porta di alimentazione fissata spesso collegata direttamente all’alimentatore del PC. All’interno di un laptop, questi connettori sulla driver spesso sono avvitati con una connessione o con un cavo molto corto.

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L’interfaccia SATA è la più comune riscontrabile su un laptop o su un desktop. Da molti anni viene equipaggiata in modo quasi universale, ma è in fase di progressivo abbandono a favore della più moderna interfaccia mSATA.

Mentre i dischi SSD possono essere offerti anche con altre interfacce e design, i dischi SSD SATA nella sua loro forma a 2,5 pollici sono sicuramente quelli più familiari a chi si accinge a fare un upgrade. Le interfacce SATA più comuni sono la SATA2 e SATA3, aventi prestazioni rispettivamente di 3 gb/s e di 6 gb/s: hanno un connettore della stessa forma e dimensioni, ma si differenziano per la velocità massima ottenibile.

Si tratta ovviamente di valori massimi teorici di trasferimento dei dati che è possibile ottenere con il driver, ma comunque dipendenti dalle effettive performance del disco.
Nei dischi moderni, lo standard è il SATA3 da 6 gigabyte per secondo. Per garantirsi la massima banda di uscita fruibile da un disco SATA da 6 gb/s, dobbiamo naturalmente impiegare un disco SSD che sfrutti completamente questa banda. Se connettiamo alla porta SATA2 un vecchio drive da 3 gb/s, ovviamente, degraderemo le performance di tutto il PC. Se quindi impieghiamo più driver sullo stesso computer, dovremo preferibilmente optare per utilizzare tutti i driver della stessa generazione.

5) mSATA

Quando ci si riferisce a mSATA definiamo sia il form factor sia la tipologia di interfaccia impiegata dai dischi SSD compatti. Un disco SSD mSATA può essere impiegata sia come disco di boot (in un laptop molto compatto o su di un tablet) oppure impiegato come disco di cache, per velocizzare le operazioni di un hard disk meccanico e per i file più frequentemente acceduti dal sistema: sono allo stato attuale le unità più veloci in circolazione.

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L’interfaccia mSATA è un’evoluzione della precedente SATA

Un disco SSD mSATA ha la forma di un circuito elettronico privo di protezione esterna con dei chip saldati sopra: ha quindi una forma molto diversa rispetto ai dischi da 2,5 pollici che siamo abituati a vedere. Certe volte può essere confuso con una scheda mini-PCI.

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I dischi mSATA sembrano comuni schede PCI, anche se di dimensioni differenti: sono privi dell’involucro esterno di plastica di protezione che equipaggia i più conosciuti dischi SATA.

Avendo quindi una forma rettangolare e il connettore per l’alimentazione che si inserisce direttamente sullo slot mSATA, dovremo fare attenzione che sul laptop dove andremo ad installare questa unità ci sia sufficiente spazio per poterlo ospitare. Alcune motherboard per i PC desktop uscite negli ultimi anni hanno un socket mSATA dedicato, che permette l’installazione a bordo di un disco SSD mSATA, ma solo per funzioni di cache. In molti casi, comunque, l’upgrade con un disco SSD mSATA è soprattutto essenziale per gli utenti di laptop ultrasottili che cercano di aggiornare il disco di boot mSATA fornito in dotazione con le loro macchine, spesso con una unità più capiente.

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Le motherboard di ultima generazione prevedono un connettore integrato per i dischi mSATA: il vantaggio in termini di prestazioni è notevole rispetto alla vecchia tecnologia SATA.

In commercio le unità SSD mSATA sono meno diffuse rispetto alle rispettive versioni SATA (con le quali condividono quasi tutto, dal controller fino alla tipologia di chip NAND utilizzati). Ecco una rassegna delle migliori proposte attuali:

6) M.2 SATA

Fino al 2014 erano conosciuti più frequentemente come NGFF (Next generation form factor), lo standard M2 è il successore di mSATA. Esattamente come lo standard mSATA, i dischi M.2 si definiscono così sia per il loro form factor sia per il loro connettore fisico e per la caratteristica forma di un chip molto simile ad alcune schede mini PCI. A differenza, però, dei comuni dischi mSATA, i drive M.2 SATA hanno lunghezze differenti proprio per poter essere alloggiate su una varietà diversa di dispositivi di dimensioni del tutto differenti.

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La lunghezza di un disco SSD M.2 è importante: a seconda del tipo di alloggiamento previsto sul computer che dobbiamo aggiornare, occorre identificare la lunghezza esatta dell’unità da acquistare.

Se dobbiamo aggiornare, ad esempio, l’unità di un tablet o di un ultrabook, potremmo disporre di unità M.2 mSATA molto compatte che possono partire da un minimo di 12mm e arrivare fino al formato più ampio lungo di 110mm.

In alcune versioni, i chip NAND i utilizzati sono saldati su entrambi i lati. Si tratta chiaramente di informazioni meno interessanti per chi effettua un upgrade, ma le dimensioni sono molto importanti perché rendono possibile o meno l’aggiornamento su dispositivi molto diversi. L’aver previsto diverse possibilità di dimensioni rende molto più flessibile la possibilità di implementazione su sistemi molto diversi.

Esistono, poi, dischi M.2 che possono funzionare sul bus SATA e altri che potranno utilizzare il basse PCI express, consentendo a questi ultimi un grandissimo incremento in termini di throughput.

Anche i dischi SSD M.2 possono eventualmente essere confezionati con il form factor da 2,5 pollici degli hard disk convenzionali per consentire l’installazione in computer ultra compatti.

Sul mercato esistono ormai numerose soluzioni: se stai pensando ad un aggiornamento di un ultrabook o di un laptop che non ha altri alloggiamenti, ti consiglio di optare per un disco di almeno 250Gb, soluzione più che soddisfacente per ospitare senza grossi problemi il sistema operativo, le applicazioni e qualche altra cosa. Si tratta comunque di una tecnologia destinata a durare nel tempo, quindi, se puoi, opta anche per tagli superiori:

7) Cicli di scrittura

Una misura della longevità di un disco SSD è identificabile da questo valore: i cicli di scrittura teorici che possono essere effettuati prima che il disco degradi a livello di performance e si trasformi in una unità di sola lettura. Il ciclo di scrittura si riferisce al numero di volte che una determinata cella di memoria di un SSD è probabilmente pensata per durare quando viene cancellata e riscritta. Tipicamente, quando la cella viene cancellata, il driver non la considera più e attiva un’altra cella, se è disponibile, attraverso una funzione spesso conosciuta come overprovisioning.

In termini pratici, molti SSD hanno dimostrato di diventare obsoleti in termini di capacità più rapidamente di quanto non siano degradati a livello di scrittura: è quindi molto probabile che non raggiungerete mai con le vostre unità a disco SSD il numero dei cicli di scrittura previsti, prima di non avvertire la necessità di effettuare nuovamente un upgrade.

Tuttavia questo valore ha molto più senso quando si prende in considerazione il mercato dei dischi SSD professionali, dove il numero di scritture è molto importante: consideriamo, ad esempio, un disco SSD montato su di un server e soggetto ad un intenso stress quotidiano. Nei data center, quindi, la disponibilità di unità a disco SSD con un elevato numero di cicli di scrittura è essenziale per garantire l’affidabilità e l’integrità dei dati. In questi ultimi ambienti, infatti, si tende ad utilizzare le memorie di tipo SLC, in opposizione alle più comuni memorie di tipo MLC o TLC, utilizzate più comunemente sui dischi SSD destinati al mercato consumer.

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In un data center l’affidabilità conta esattamente quanto le performance: per questo il numero dei cicli di scrittura di un’unità SSD è importante. Per l’utente normale, invece, molto meno.

Non sono moltissime le soluzioni professionali presenti sul mercato, che è dominato prevalentemente da Samsung. Le soluzioni SATA da 2,5 pollici sono le seguenti:

Le soluzioni M.2 sono invece queste:

 

8) Supporto TRIM

Il modo con cui un disco SSD lavora è il seguente: prima di scrivere, un SSD ha bisogno di cancellare completamente ogni cella di memoria che sia piena prima di poterla sovrascrivere con nuovi dati. Questo diventa un problema specialmente quando il disco è pieno e tutte le celle risultano già utilizzate. In questo caso il disco avrà difficoltà o sarà impossibilitato a scrivere nuovi dati su celle che ancora non sono state completamente cancellate. Questo processo di manutenzione avviene di solito in background, contemporaneamente alla scrittura: il tutto può anche rallentare la scrittura dei dati, causando un degrado delle performance.

La funzione TRIM serve proprio per attenuare o risolvere definitivamente questo problema. È una tecnologia supportata sin dai tempi Windows 7 e in tutte le versioni di Windows successive. È ugualmente supportata anche sui Mac. Il set di comandi TRIM si occupa proprio di prendersi cura di quelle celle che devono essere cancellate, effettuando queste operazioni in anticipo in modo da renderle disponibili nel più breve tempo possibile queste celle per una successiva riscrittura.

Questa funzionalità è attivabile generalmente attraverso il software fornito con l’unità SSD, ma può anche essere attivata attraverso la utility gratuita Crystal DiskInfo che può anche verificare se la funzione TRIM è attivata.

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Se il software di gestione di un disco SSD non lo consente, ci pensa Crystal DiskInfo ad attivare il set di funzioni TRIM.

9) Rapid Mode

Il Rapid Mode è una definizione proprietaria pensata da Samsung per i suoi dischi SSD. È stata inclusa a partire dai dischi Samsung 840 EVO e implementata attraverso un download gratuito anche per i dischi SSD di più vecchia generazione. È attualmente presente su tutte le linee di prodotto di dischi SSD vendute da Samsung. Significa semplicemente “real time accelerating processing of I/O data” e lavora sia sotto Windows 7, Windows 8 e Windows 10.

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RAPID è una tecnologia proprietaria di Samsung per accelerare le prestazioni dei suoi dischi SSD.

Grazie ad essa, una versione della memoria di sistema, viene impiegata per garantire un accesso più veloce rispetto alla stessa flash memory fornita con il disco SSD. Tutto questo è possibile grazie ad un driver speciale installato sul sistema operativo che velocizza i tempi di trasferimento dei dati e che riesce ad organizzare la cache dei dati utente acceduti più di frequente. Il tutto funziona anche con i file delle applicazione più utilizzate (generalmente quelli del sistema operativo).

A parità di configurazione, la funzione Rapid Mode può garantire un notevole aumento di performance, ma devi anche essere cosciente che c’è un potenziale inconveniente: se manca la corrente, ogni dato presente nella cache in RAM (volatile per definizione) sarà perso. La differenza rispetto ai chip NAND i presenti sul disco SSD è proprio questa: la memoria di sistema ha bisogno di rimanere alimentata per conservare i suoi contenuti, mentre i chip del disco non ne hanno bisogno.

10) NAND Flash

NAND Flash è il termine generico per i chip di silicone che comprendono lo storage attualmente impiegato sui dischi SSD. La sigla NAND i si riferisce, ad un livello tecnico, al tipo di porte logiche utilizzato nella struttura di memoria sottostante. In parole povere, un SSD non è altro che una striscia di circuiti di memoria con chip NAND i incorporati, gestiti da un controller. Questo tipo di memoria è non volatile, significa che tutto quello che viene memorizzato non verrà perso in assenza di alimentazione. La differenza rispetto ai comuni chip RAM è proprio questa.

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Un disco SSD non è altro che una sequenza di chip di memoria NAND su un wafer di silicio… tutto qui

Il produttore dei chip NAND presenti su un disco SSD può anche non corrispondere al marchio con cui viene fornito il disco. Per esempio, i dischi SSD forniti da Samsung forniscono chip della stessa casa, mentre altre marche possono impiegare gli stessi chip NAND di Samsung, ma differenziarsi per tipo di controller e di assemblaggio. Nella maggioranza dei casi, il produttore specifico dei chip NAND non deve essere un fattore di scelta nell’acquisto di un disco SSD, semmai invece lo deve essere la differente tipologia di chip NAND i utilizzati.

In tal caso, la differenza fra la tecnologia SLC, MLC o TLC è molto più importante, e condizionerà l’utilizzo del disco SSD.

11) SLC, MLC e TLC

Questi tre tipi di memoria sono quelli principalmente utilizzati sui chip NAND di attualmente utilizzati nei dischi SSD attualmente in commercio. Lo standard più comune è il MLC (multilevel cell) e SLC (single level cell).

Il tipo di memoria MLC è quello che probabilmente troverai in molti dischi SSD destinati al mercato consumer: è generalmente il più economico dei due. La definizione “multi level” di un chip MLC si riferisce alla possibilità di ogni cella di memoria MLC, in molti casi, di avere quattro stati differenti e 2 bit per cella per la particolare caratteristica di questa architettura. Le celle di memoria SLCpossono invece avere solo due stati, 1 e 0, e quindi archiviare un solo bit per cella.

I chip SLC in genere sono più stabili sul lungo periodo ma anche più costosi. La maggiore densità dei chip MLC consente, quindi, di ospitare più chip su un unico wafer di silicio, rendendo più economica la costruzione, ma la compensazione di errore garantita dal firmware è indispensabile per mantenerli operativi. I chip MLC, inoltre, tendono ad avere un ciclo di lettura scrittura più basso rispetto agli omologhi chip SLC. Una variante di MLC, denominata eMLC (Enterprise MLC), usa una tecnologia che perfeziona questi aspetti e previene la perdita di dati ed è impiegata sui dischi SSD di fascia alta destinati al mercato professionale e dai data center.

I chip TLC, nel frattempo, sono il tipo emergente di memoria utilizzato. Adottati per la prima volta da Samsung nella sua serie 840, hanno aperto la strada al loro impiego massivo: alla Samsung, infatti, si sono presto accodati anche altri produttori di chip NAND TLC.

La sigla significa “triple level cell“, identificando il fatto che un chip di memoria TLC può ospitare fino a otto stati differenti e 3 bit per cella. Questa densità ancora più alta riduce ulteriormente i costi, ma i chip di memoria TLC hanno bisogno di un algoritmo di correzione dell’errore ancora più sofisticato. La maggiore complessità e il voltaggio variabile necessario per ciascuna cella significherà probabilmente la possibilità di un maggiore degrado per ciascuna cella. Diventa quindi essenziale impiegare un algoritmo che faccia consumare tutte le celle in maniera uniforme, per evitare il degrado troppo rapido di una cella rispetto alle altre.

I chip TLC sono stati impiegati per primi nel mercato dei dischi SSD destinati al mercato consumer e non sono certamente destinati a carichi di lavoro critici e importanti. Tuttavia, per il loro vantaggio di costare sensibilmente meno della media, hanno nettamente contribuito a rendere molto più accessibile questa tecnologia. Basti pensare che la nuova serie di dischi Samsung SSD 750 EVO, nonostante l’appeal del marchio coreano, è riuscita a entrare in competizione con i prodotti più economici del mercato, diventando in breve tempo un autentico Best seller.

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SLC, MLC e TLC: tre tipologie differenti di chip NAND che si differenziano per la densità costruttiva (che ne rende più economico l’impiego) e il numero di bit per cella che possono essere memorizzato a parità di voltaggio.

12) Controller

Il chip di silicone che agisce come cervello del disco SSD è il controller, che è anche tipicamente la più grande differenziazione fra i vari modelli di dischi SSD. Alcuni costruttori di SSD acquistano controller da altre compagnie e li integrano nei loro dischi. Altre compagnie hanno acquisito negli anni sul mercato direttamente i produttori di controller, mentre altri si sono accontentati di utilizzare controller ampiamente utilizzati come quelli forniti da Marvel o Sandforce. Quest’ultima compagnia è stata recentemente acquistata da Seagate.

I dischi SSD equipaggiati con lo stesso controller a bordo e con la stessa capacità tendenzialmente hanno performance simili, sebbene differenti versioni di firmware e altri fattori possono introdurre un certo grado di variabilità.

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Il controller di un disco SSD è una faccenda complicata, non tutti li producono direttamente. SandForce, ad esempio, è una delle case leader nella produzione di questi chip.

13) Z-Height

Con un tipico hard disk SSD da 2,5 pollici, la denominazione “Z-Height” si riferisce allo spessore del disco. I dischi SSD correnti vengono forniti in due comuni ZX: 7mm e 9,5mm. Questo non ha molta importanza per i dischi installati in un comune PC desktop, che può ospitare senza problemi dischi di entrambe le altezze, ma per quanto concerne invece l’installazione su di un laptop, il parametro Z-Height può essere cruciale.

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7mm a confronto con un’unità da 9,5mm: bastano meno di 2mm per cambiare radicalmente la possibilità di installare un’unità SSD su di un laptop o convertibile di ultima generazione. Il form factor è, quindi, uno dei parametri da tenere in maggiore considerazione.

Molti recenti laptop dal design ultra sottile, e gli ultrabook che impiegano dischi da 2,5 pollici richiedono un disco SSD con Z-Height pari a 7mm per poterlo alloggiare.

Detto questo, i produttori dei dispositivi particolarmente sottili, probabilmente opteranno per un form factor completamente differente, impiegando dischi SSD ancora più sottili, come dischi mSATA e M.2.

Alcuni produttori di dischi SSD introdurranno anche uno spessore (una cornice di plastica) per i loro modelli da 7 mm per aiutare l’installatore a inserirli in modo sicuro nella bay di alloggiamento di un laptop pensato per ospitare dischi da 9,5 mm.

14) Software di migrazione

Non tutti i dischi SSD vengono forniti con un particolare software di migrazione: si tratta di una gli utility essenziale per trasferire i dischi da una parte all’altra e semplificare la migrazione dei dati. Si tratta, ovviamente, dello scenario più probabile nel quale il disco SSD nuovo verrà impiegato come disco di boot.

Non è ovviamente possibile semplicemente copiare tutti i file di un disco di boot verso una unità nuove SSD, ma occorrerà attivare un processo di clonazione bit per bit che renda altresì anche il disco SSD nuovo in grado di effettuare il boot con Windows.

Poiché quest’operazione deve avvenire al di fuori di Windows, un software speciale che consenta di effettuare queste operazioni in un ambiente di pre-execution, deve essere fornito.

Samsung, ad esempio, offre il software Magician che funziona esclusivamente con i dischi SSD da lei prodotti. Crucial, ad esempio, offre la suite molto conosciuta di Acronis per effettuare la clonazione del disco. Altri produttori, invece, hanno sviluppato altre funzioni proprietarie. Se nessun software viene fornito con l’unità acquistata, si può ricorrere al tool freeware EasyUS Disk Copy (per Windows). Si tratta di una gli utility che svolge, grosso modo, le stesse funzionalità di migrazione e copia dei tool sopra descritti. Per il Mac, invece, esiste il tool Carbon Copy Cloner, che non è gratuito, ma che offre la possibilità di una trial di 30 giorni, con funzionalità sufficienti per clonare almeno completamente il disco.

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Samsung Magician è una soluzione software per gestire il firmware dei dischi SSD Samsung e per fare molto altro ancora, tra cui anche la clonazione del disco e la migrazione dei dati.

Per effettuare la migrazione di alcuni dischi SSD, avremo necessità di posizionare la nuova unità in un box USB o di impiegare un cavo di conversione da SATA a USB, per trasferire il contenuto del disco di un laptop attraverso la porta USB. Alcuni produttori lo includono già, altri lo vendono a parte ed è possibile reperirlo sul mercato come kit di aggiornamento per laptop.

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Il kit di viti, adattatori, cavi di connessione e altro ancora incide spesso sul prezzo di un disco SSD, ma risolve tanti problemi pratici: per migrare i dati, potrebbe essere necessario anche comprare un box USB.

15) Overprovisioning

Poiché le celle di memoria falliscono certe volte quando vengono scritte e cancellate più volte, la capacità effettiva di un disco SSD può gradualmente diminuire quando le celle di memoria cominciano progressivamente a non funzionare più. Alcuni produttori di dischi SSD, per evitare questo, forniscono della memoria aggiuntiva, superiore a quanto pubblicizzato, che viene identificata dal drive è come overprovisioning.

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Ad ogni scrittura, la cella di un disco SSD invecchia: ecco perché il costruttore riserva dello spazio in più per sostituire le celle difettose. Tutto questo si chiama overprovisioning.

Non sarete in grado ovviamente di poter utilizzare questa memoria aggiuntiva rispetto alla capacità pubblicizzata del drive. Il firmware del disco potrà, in maniera del tutto trasparente, utilizzare alcune di queste celle quando eventualmente alcune altre falliscono nell’utilizzo. In altre parole un produttore SSD può ragionevolmente prevedere un graduale deterioramento e malfunzionamento delle celle, garantendo al tempo stesso un ciclo di vita nettamente superiore rispetto alla media.

Una considerazione secondaria: overprovisioning significa anche che il disco SSD può scrivere su un’ampia gamma di celle, che proporzionalmente ridurranno la loro efficacia su tutto l’array di celle.

16) Lettura e scrittura sequenziale in 4K

I più comuni software di benchmarking per i dischi SSD, inclusa la utility Crystal DiskMark che viene comunemente utilizzata nei test, tipicamente prova due tipi di trasferimenti dei dati: cicli di lettura barra scrittura sequenziali e cicli random (4K) di lettura barra scrittura.

Le letture e scritture sequenziali coinvolgono generalmente file di grandi di dimensioni; testando questo valore si ha un’idea della velocità del disco quando trasferiamo grandi quantitativi di dati. Il termine è un retaggio delle operazioni fatte a suo tempo dai comuni hard disk tradizionali: i file di grandi dimensioni ottengono prestazioni superiori rispetto a quelli di dimensioni più piccole grazie alla prossimità a livello di piatto disco fra un settore di dati e l’altro e facilitando così il compito delle testine.

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Il test disco per le prestazioni “4K” è un retaggio del passato, quando gli hard disk entravano in crisi dovendo spostare le testine rapidamente sul piatto disco alla ricerca di file di piccole dimensioni non contigui.

I cicli di scrittura e lettura random, d’altra parte, vengono spesso chiamati in causa quando si accede a file di piccoli dimensioni (spesso organizzati in blocchi da 4K), simulando il dispositivo quando ad esempio è necessario accedere ai file del sistema operativo. Tutte queste misure sono riportate attraverso il valore di trasferimento e spesso in megabyte per secondo (Mbps o Mb/s), dove il valore più alto indica una performance migliore.

Va notato che quando i produttori di dischi SSD riportano valori teorici di lettura e scrittura, abitualmente usano i valori ottenuti attraverso letture sequenziali, sia perché la maggioranza dei dati acceduti su un PC client tende ad essere sequenziale, sia perché il numero generalmente spuntato su questi test è nettamente superiore. Alcuni software e produttori di SSD riportano questo tipo di dati espressi IOPS (input/output operations per seconds).

17) MTBF

Con il termine inglese mean time between failures (tempo medio prima di un guasto), introduciamo un’altra specifica che è molto importante quando abbiamo intenzione di acquistare una nuova unità. È un valore utile per mettere a confronto drive di produttori diversi. È la misura del tasso atteso di guasto su di una popolazione di dischi e non è da considerarsi il tempo limite preciso di vita del disco espressi in ore.

Il valore MTBF è spesso citato come una unità di misura anche in altro tipo di hardware per computer, come i tradizionali hard disk, ma anche per hardware di altro tipo.

Anche se questo appare un valore standard, è pur vero che i produttori di disco SSD non sempre usano la stessa metodologia di prova per ottenere tali valori: alcuni infatti usano tipi di carichi di lavoro per misurare la longevità del disco diversi da altre. Come risultato, il valore MTBF è spesso solo rilevante per l’acquirente se è alla ricerca di un drive  proveniente dalla stessa famiglia di prodotti dello stesso produttore.

18) Wear Levelling

Il wear levelling è la gestione interna tecnica usata dal firmware del disco SSD per massimizzare l’efficacia dell’impiego della memoria sul disco. Grazie ad essa, le operazioni di scrittura e cancellazione sono distribuite su tutto l’intero drive, invece di concentrarsi sullo stesso blocco di celle più volte, anche se il disco non è riempito fino alla sua massima capacità. Così facendo si livellano le celle (wear) su tutto il disco in maniera paritaria, garantendo anche un consumo omogeneo delle celle su tutto il disco.

19) Dischi SSD PCIe

Una forma meno comune e significativamente più costosa di dischi SSD, è quella dei dischi offerti su bus PCI express (PCI-e), con schede di espansione con chip NAND. Un disco SSD PCIe supera i limiti normalmente incontrati da una interfaccia SATA beneficiando di una banda molto più ampia grazie al bus PCI express. Questo tipo di dischi, come la linea OCZ Revo drive, potrebbe essere resa inutile dall’avvento dello standard SATA express nei prossimi anni. Sono utilizzati soprattutto sui server o su applicazioni di data center, anche se ne potrete acquistare una su di un PC desktop, spendendo una cifra rilevante. Questa soluzione viene spesso utilizzata sulle workstation grafiche e sui PC dedicati al gaming.

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Sembra una comune scheda PCIe ma è, a tutti gli effetti, un disco SSD ad altissime prestazioni.

Da circa un paio d’anni si vedono una certa variante di questi tipi di dischi SSD offerti anche da Plextor, nella forma di un comune disco SSD M.2 montati su un di una scheda PCI e ospitata in un socket dedicato, soluzione pensata per i sistemi desktop che non hanno un socket dedicato M.2.

20) SATA Express

Il protocollo SATA Express non è ancora presente in commercio, lo sarà presto nel corso del 2017, ma è candidato a diventare la soluzione leader nei prossimi anni. Le prime motherboard compatibili con SATA express sono già in commercio da circa un paio d’anni, basandosi sul chipset Intel Z97 e Intel H97.

Il SATA Express è implementato grazie ad un connettore dedicato sulla motherboard che assomiglia ad una porta interna SATA, ma con caratteristiche nettamente differenti. In sostanza, impiega gli stessi principi di un disco SSD PCIe, utilizzando esattamente come avviene per PCI express più piste contemporaneamente per garantirsi una maggiore banda passante.

Conclusioni

Concludo questo focus dedicato alla tecnologia dei dischi SSD con una semplice osservazione: nel corso dei prossimi anni, la mia sensazione è che questa lista di termini con cui dovremo avere familiarità è destinata ad aumentare ancora di più. La richiesta di forme di storage rapide, performanti e flessibili è tale che il mercato risponderà certamente introducendo ancora altre tecnologie: quindi nuovi acronimi, sigle e fattori da considerare.

C’è però una certezza: i dischi SSD non sono solo più una promessa per il futuro, ma una solida certezza per il presente.